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Al Museo di Palazzo Grimani a Venezia la mostra di Wael Shawky “I Am Hymns of the New Temples”

Apre al pubblico mercoledì 17 aprile 2024, nella sede del Museo di Palazzo Grimani (“Ala Tribuna”) a Venezia, la mostra personale (anteprima museale internazionale) dell’artista egiziano Wael Shawky (Alessandria d’Egitto, 1971) intitolata I Am Hymns of the New Temples – أنا تراتیل المعابد الجدیدة. A cura del Direttore generale Musei Massimo Osanna, di Andrea Viliani (Co-curatore del programma Pompeii Commitment. Materie archeologiche) e Gabriel Zuchtriegel (Direttore del Parco Archeologico di Pompei), la mostra è organizzata in collaborazione fra il Museo di Palazzo Grimani e il Parco Archeologico di Pompei.

Il progetto espositivo – in cui sono riunite l’opera filmica I Am Hymns of the New Temples – e una selezione di disegni e opere multi-materiche in bronzo, ceramica e vetro – è concepito come un dialogo con gli affreschi e le decorazioni del Palazzo, in cui le opere contemporanee si confrontano con le opere archeologiche per delineare un percorso che dal Camaron d’Oro conduce alla cosiddetta Tribuna, nota in passato come Antiquarium o Camerino delle Antichità. Vero e proprio fulcro del Palazzo e delle sue narrazioni storiche e simboliche, essa è posta prospetticamente in asse con l’opera filmica di Shawky: come se la Tribuna Grimani e I Am Hymns of the New Temples potessero essere la mimesi l’una dell’altra due versioni della stessa storia. Se la narrazione a Palazzo Grimani articola infatti il tema della giustizia divina e dell’ascesa dell’anima verso il Dio cristiano, in quella di Shawky la giustizia si afferma nell’avvicendarsi di distruzioni e ricreazioni, fra il volere delle divinità e le reazioni degli esseri umani delle antiche leggende mediterranee da cui ha avuto origine la moderna civiltà europea.

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Narratore di processi conoscitivi ed espressivi sospesi fra il documentabile e l’immaginabile, Shawky evoca una dimensione al contempo fattuale e immaginifica della cultura e della natura, come se esse non fossero mai definibili una volta e per sempre o da un solo punto di vista, e ci predispone a una posizione di consapevolezza e, insieme, di meraviglia nei confronti dei meccanismi, antichi e contemporanei, con cui i fatti storici, sociali e culturali sono stati interpretati e si sono trasmessi fino noi.

I Am Hymns of the New Temples – girata fra le rovine di un’antica città apparentemente distrutta nel 79 d.C. dall’eruzione del Vesuvio, divenuta un sito leggendario ma poi riemersa dalle sue stesse rovine nel 1748 – ci racconta ciò che rende Pompei un vero e proprio multiverso in cui realtà e immaginazione non sono più distinguibili, un ecosistema multispecie, un magnificente teatro in cui tutte le culture mediterranee si sono inevitabilmente connesse. L’opera diviene così il racconto epico – incarnato nell’insieme poroso di templi, sculture, affreschi, mosaici ma anche nei fertili e fluidi paesaggi naturali vulcanici che li circondano – del bisogno di inventare, raccontare e tramandare sempre nuove storie, attraverso cui gli esseri umani hanno dato e continuano a dare un senso a ciò che desiderano, temono, ignorano, e alla loro pulsione di rapportare fra loro materiale e spirituale, giustizia e ingiustizia, fine e inizio. Un bisogno che proprio la dimensione del mito riesce a restituirci, ancor più di qualunque cronaca storica, nella sua contraddittoria e irredimibile umanità. Nel flusso delle tante lingue e versioni con cui gli antichi miti sono stati scritti o raffigurati a Pompei, nelle peripezie delle loro divinità, personaggi, rituali e simulacri, Shawky comprende che queste storie millenarie sono quindi nuovi inni (componimenti, canti, fabulae… storie) perché siamo tornati appunto a raccontarli di nuovo, radicandovi le nostre sempre nuove, possibili, molteplici interpretazioni.

In questa sua storia pompeiana – che l’artista racconta sulla scorta di storie precedenti di altri autori – non solo torniamo a ricordarci di esserci già estinti e di essere già rinati – dopo le inondazioni dei diluvi primordiali, come dopo l’eruzione del Vesuvio – ma scopriamo anche che colei che, in questa storia, i greci chiamavano Io, divenne in Egitto Iside, come il figlio-compagno Epafo divenne Osiride: le storie infatti si richiamano l’un l’altra e si sovrascrivono fra loro, sono come dei nuovi templi in cui continuare a raccontare le nostre storie.

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Il patrimonio culturale che ereditiamo dal passato comporta l’assunzione di precise responsabilità: abbiamo il compito di continuare a tutelarlo e a promuoverlo, ma anche quello di mantenerlo vivo fornendo e supportando interpretazioni che lo rendano sempre più accessibile e più coinvolgente per i pubblici contemporanei” afferma Massimo Osanna, curatore della mostra“L’archeologia” continua Osanna “è del resto non solo scavo del passato ma progettazione del e nel nostro presente. La commissione e l’opera filmica dell’artista Wael Shawky hanno interpretato in modo straordinario questa prospettiva molteplice, rivelando come Pompei sia ancora oggi un sito dinamico di studio e ricerca e un grandissimo attore della cultura mondiale, oltre che una città a suo modo ancora vitale e contemporanea, immersa come era — e come è appunto ancora – nei flussi e negli scambi culturali che attraversano tutto il Mediterraneo, e molto oltre“.

La mostra è organizzata in collaborazione fra la Direzione regionale Musei Veneto – Museo di Palazzo Grimani e il Parco Archeologico di Pompei, e accompagna la partecipazione dell’artista alla 60° Esposizione Internazionale d’Arte La Biennale di Venezia, in cui Shawky rappresenta la Repubblica Araba d’Egitto al Padiglione Egitto.